I conflitti contemporanei modificano profondamente l’economia reale. Difesa, energia, logistica e produzione strategica diventano settori centrali, mentre cambia il rapporto tra Stato e impresa. La logica dell’economia di guerra non si esaurisce nella spesa militare: ridefinisce le priorità industriali e gli equilibri di potere economico su scala globale.
Economia di guerra: definizione e ritorno di un paradigma industriale
L’espressione “economia di guerra” descrive un modello in cui lo Stato riorienta in modo sistematico capitale, manodopera e capacità produttiva verso settori a valenza strategica, in deroga parziale alle logiche ordinarie di mercato. Il Fondo Monetario Internazionale osserva come l’incremento della spesa per la difesa, se finanziato attraverso debito nel breve periodo, produca uno stimolo economico immediato ma generi tensioni fiscali strutturali nel medio termine, in particolare nei paesi con margini di bilancio già ridotti.
Foreign Affairs descrive questa transizione come il ritorno a una logica di “total war”, in cui la distinzione tra teatro militare ed economia civile si assottiglia progressivamente: infrastrutture energetiche, reti dati e filiere logistiche diventano parte integrante della postura difensiva nazionale. Non si tratta più, dunque, di un fenomeno circoscritto al comparto militare in senso stretto, ma di un riassetto trasversale delle priorità industriali.
Base industriale della difesa: capacità produttiva e colli di bottiglia strutturali
L’espansione della domanda di sistemi d’arma e munizionamento ha sottoposto le filiere produttive occidentali a uno stress test senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda. La capacità europea di produzione di munizioni è passata da circa trecentomila colpi annui nel 2022 a una stima di due milioni entro la fine del 2025, un ritmo di espansione industriale che supera di un fattore tre i tassi di crescita tipici in tempo di pace.
Il problema strutturale resta tuttavia la frammentazione del mercato europeo della difesa: solo il nove per cento degli appalti è stato storicamente assegnato a fornitori di altri Stati membri dell’Unione. Il Programma europeo per l’industria della difesa (EDIP) affronta direttamente questo nodo, indirizzando risorse verso la standardizzazione produttiva e la riduzione della dipendenza da componenti microelettronici non europei, in particolare i semiconduttori critici per radar e sistemi di guerra elettronica.
L’analisi del CSIS evidenzia inoltre come la verifica delle catene di approvvigionamento rappresenti il vincolo operativo più critico degli strumenti di economic statecraft: senza tracciabilità a livello di transazione, le restrizioni commerciali e i controlli sulle esportazioni risultano facilmente aggirabili attraverso paesi terzi e intermediari non sottoposti a vincoli di compliance.
Materie prime ed energia: la riconfigurazione delle catene di approvvigionamento strategiche
L’economia di guerra produce effetti misurabili sui mercati delle materie prime industriali, ben oltre il comparto degli armamenti in senso stretto. Le stime di Goldman Sachs indicano che il riarmo europeo farà crescere del sei per cento entro il 2027 la domanda complessiva di metalli industriali nella regione, un incremento significativo se confrontato con il fatto che nel 2023 la difesa rappresentava solo circa il due per cento dell’uso di metalli in Europa.
Il rame, presente in pressoché ogni sistema militare risulta il beneficiario più evidente di questa riconfigurazione della domanda. Parallelamente, la dipendenza dell’Occidente dalla Cina per l’estrazione e la lavorazione delle terre rare resta un nodo di vulnerabilità strutturale: Pechino controlla la quasi totalità della capacità di lavorazione di numerosi elementi critici, configurando un’asimmetria di potere economico che la sola diversificazione delle fonti non può risolvere nel breve periodo.
Stato e impresa: governance industriale e nuovi equilibri di potere economico
Il riassetto delle priorità industriali ridefinisce anche il rapporto tra Stato e impresa. Il modello emergente, descritto da Foreign Affairs, richiede investimenti pubblici sostenuti in infrastrutture produttive e capacità di sorveglianza, in un contesto in cui le soluzioni proposte dal settore tecnologico privato risolvono solo segmenti circoscritti delle esigenze industriali della difesa, lasciando scoperta la capacità di produzione su larga scala di sistemi strategicamente essenziali.
Sul piano europeo, il piano ReArm Europe/Readiness 2030 mobilita risorse fino a ottocento miliardi di euro, agendo su due leve complementari: l’allentamento dei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita per gli investimenti in difesa e la creazione di strumenti di finanziamento comune ispirati al modello Next Generation EU. Questa traiettoria segnala una trasformazione di carattere strutturale: la spesa per la difesa non viene più trattata come categoria a sé stante della finanza pubblica, ma come leva di politica industriale a tutti gli effetti, con ricadute dirette su occupazione, innovazione tecnologica e competitività manifatturiera complessiva.
Questa dinamica si inserisce in una traiettoria più ampia di riconfigurazione della sicurezza economica, già analizzata nell’approfondimento su sicurezza e competitività aziendale, che evidenzia come il rischio geopolitico si sia ormai trasformato da voce di costo marginale a variabile strutturale della governance d’impresa.
Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è economista dell’innovazione e docente universitario, specializzato in economia della conoscenza e cooperazione internazionale. Attualmente professore di Economia della Conoscenza presso la Link Campus University di Roma, il prof. Raimondi ha dedicato la sua carriera alla promozione di politiche per lo sviluppo sostenibile e l'innovazione.
