La sicurezza degli approvvigionamenti energetici in tempo di guerra impone scelte che rallentano la decarbonizzazione, generando un conflitto strutturale tra gli obiettivi Net-Zero e la stabilità macroeconomica di breve periodo.
Questo scenario è la diretta conseguenza di un riassetto geopolitico che sta ridefinendo priorità industriali consolidate da un decennio di policy climatiche.
Sicurezza energetica e conflitto: quale priorità prevale nel breve periodo?
I dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) mostrano come, dal 2022, diversi paesi europei abbiano invertito la traiettoria di dismissione del carbone per garantire continuità produttiva ai settori manifatturieri esposti a shock nei costi del gas.
- La Germania ha riattivato impianti a carbone che sembravano destinati alla chiusura definitiva;
- la Francia ha autorizzato la riattivazione temporanea della centrale a carbone di Saint-Avold per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti;
- l’Italia ha avviato un programma di massimizzazione della produzione delle centrali a carbone esistenti, con l’obiettivo di ridurre il consumo di gas nel settore termoelettrico.
- Paesi come l’Austria, i Paesi Bassi e la Grecia hanno rivisto o sospeso temporaneamente i propri vincoli legislativi sulla produzione di energia da carbone per far fronte all’emergenza.
- Altri governi hanno esteso i sussidi ai combustibili fossili per contenere l’aumento dei prezzi dell’energia.
Si tratta di scelte economicamente razionali nel breve termine, ma che allontanano gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati nelle roadmap Net-Zero.
Il punto critico, non è la deviazione temporanea, ma il rischio che diventi strutturale: ogni proroga infrastrutturale sul fossile genera asset stranded futuri e costi di ristrutturazione industriale che si accumulano invece di dissolversi.
Sussidi fossili e nazionalismo energetico: la sostenibilità diventa leva strategica
Chatham House ha documentato come la governance delle risorse energetiche sia sempre più subordinata a logiche di autonomia nazionale piuttosto che a obiettivi ambientali condivisi. La transizione verde, nata come progetto multilaterale, si sta frammentando in strategie di de-risking geopolitico.
In questo contesto, i criteri ESG vengono reinterpretati: la sostenibilità diventa un asset di sicurezza nazionale, funzionale a ridurre la dipendenza da fornitori esteri considerati instabili o ostili, più che uno strumento di riduzione delle emissioni globali.
Le implicazioni per gli investitori istituzionali sono rilevanti:
- i portafogli orientati alla decarbonizzazione devono ora integrare un fattore di rischio geopolitico esplicito;
- le valutazioni ESG rischiano di perdere comparabilità tra blocchi economici con priorità energetiche divergenti;
- il capitale pubblico destinato alla transizione compete direttamente con la spesa per la sicurezza energetica immediata.
Biomanifattura e biologia sintetica: decarbonizzare l’industria pesante senza petrolio
Parallelamente alla frammentazione geopolitica, l’industria ad alta intensità energetica sta esplorando percorsi alternativi di decarbonizzazione strutturale, non legati alla sola sostituzione della fonte elettrica.
La biomanifattura, basata sulla conversione di biomasse e rifiuti organici in materiali avanzati attraverso processi di biologia sintetica, rappresenta un tentativo concreto di affrancare comparti chimici e manifatturieri dai derivati del petrolio. Si tratta di un modello industriale che sostituisce la raffineria con il bioreattore, e la catena del valore petrolchimica con filiere agricole e di scarto.
Le applicazioni più mature riguardano bioplastiche, biopolimeri per il settore tessile e input intermedi per la chimica fine. Il vantaggio competitivo non è solo ambientale: la biomanifattura riduce l’esposizione alla volatilità dei prezzi energetici fossili, elemento particolarmente rilevante in un contesto di conflitto prolungato, ne abbiamo parlato nell’analisi: Bioeconomia e biomanifattura: la chimica verde come alternativa alla dipendenza dai fossili?
Costi d’investimento e fattibilità industriale: quanto costa affrancarsi dal petrolio?
La fattibilità economica di questo modello resta il nodo centrale. Gli impianti di biomanifattura richiedono capitali iniziali elevati, tempi di scale-up lunghi e una filiera di approvvigionamento di biomasse ancora poco strutturata su scala industriale.
Il de-risking di questi investimenti passa attraverso strumenti di finanza pubblica mista e garanzie statali, in un momento storico in cui la spesa pubblica è già sotto pressione per ragioni di sicurezza energetica e militare. Questo genera una competizione diretta tra capitale destinato alla transizione verde di lungo periodo e capitale necessario alla resilienza energetica immediata
Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è economista dell’innovazione e docente universitario, specializzato in economia della conoscenza e cooperazione internazionale. Attualmente professore di Economia della Conoscenza presso la Link Campus University di Roma, il prof. Raimondi ha dedicato la sua carriera alla promozione di politiche per lo sviluppo sostenibile e l'innovazione.
