Sanzioni e mercati: quando la politica ridisegna l’economia

Sanzioni e mercati: quando la politica ridisegna l’economia

Le sanzioni economiche hanno smesso di essere misure eccezionali.
Nel corso di un ventennio si sono trasformate in leva strutturale della competizione internazionale: uno strumento di pressione politica permanente, dispiegato con frequenza crescente e con effetti sistemici che ridisegnano filiere, flussi finanziari e strategie aziendali su scala globale. Nel 2024, secondo i dati del 2024 Sanctions Year-in-Review di Castellum.AI, gli Stati Uniti hanno emesso più sanzioni dell’insieme di tutti gli altri grandi paesi. La domanda che si impone non è più “se” usarle, ma “quanto effettivamente funzionino” e a quale costo per l’architettura economica internazionale.

Dalla deterrenza alla routine: la normalizzazione delle sanzioni come leva di potere

Il paradigma delle sanzioni economiche ha subito una metamorfosi sostanziale rispetto ai tradizionali embarghi commerciali del XX secolo. Le moderne misure restrittive si caratterizzano per un approccio “smart” e settoriale: mirano a specifici segmenti dell’economia target attraverso il controllo di tecnologie critiche, l’esclusione dai circuiti finanziari internazionali e il congelamento di asset strategici. La digitalizzazione dei sistemi finanziari ne ha amplificato la portata potenziale, come il controllo delle infrastrutture di pagamento internazionale e delle piattaforme tecnologiche che consente agli Stati emittenti di esercitare una forma di sovranità economica extraterritoriale sui mercati globali senza ricorso alla forza militare tradizionale.

Il salto qualitativo nell’uso dello strumento si consolida nell’era post-11 settembre, quando Washington inizia a dispiegare la leva finanziaria come alternativa ai costi politici dell’intervento diretto. Da allora, l’escalation è costante. Come documentato da Foreign Affairs nel saggio The Rise and Fall of Economic Statecraft (gennaio/febbraio 2025), l’ascesa della economic statecraft americana si fonda sulla centralità del dollaro e sulla dominanza delle istituzioni finanziarie statunitensi nel sistema globale dei pagamenti, un vantaggio reale ma non inesauribile.

Il paradosso strutturale è già enunciato con chiarezza dalla letteratura specialistica: più le sanzioni vengono impiegate, meno risultano credibili come deterrente, e più accelerano la costruzione di reti economiche alternative. Foreign Affairsha sintetizzato il principio guida con una formula che vale da monito per i policy maker: le sanzioni vanno trattate come uno scalpello, non come un coltellino svizzero. L’abuso sistematico dello strumento ne erode la potenza nel tempo, con effetti che si riverberano sull’intera governance economica globale.

Il caso Russia: resilienza dell’economia sanzionata e limiti dell’enforcement multilaterale

Il laboratorio russo rappresenta il banco di prova empirico più significativo degli ultimi anni. A seguito dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno attivato il regime sanzionatorio più esteso della storia moderna:

  • riserve della banca centrale congelate,
  • restrizioni sull’export energetico,
  • esclusione selettiva dal sistema SWIFT,
  • sanzioni su centinaia di entità e individui.

Le previsioni dei governi occidentali parlavano di crollo imminente.

I dati raccontano una storia più complessa. Secondo le analisi di Bruegel basate sui dati del Fondo Monetario Internazionale, il PIL russo nel 2022 si è contratto dell’1,4%, una flessione contenuta, ben al di sotto del 7,8% registrato durante la crisi finanziaria globale del 2009.
Tre fattori strutturali hanno attutito l’impatto:

  • la transizione rapida verso un’economia di guerra, con la spesa militare che ha quasi raddoppiato la propria incidenza sul PIL fino al 6,2% stimato nel 2025;
  • il pivot verso partner economici alternativi (Cina, India, Turchia, Arabia Saudita) che non hanno aderito al regime sanzionatorio;
  • e la difficoltà oggettiva di sanzionare efficacemente materie prime energetiche scambiate su mercati globali senza un coordinamento realmente universale.

L’altro elemento che ha attenuato l’efficacia delle misure è il fenomeno del sanctions busting attraverso paesi terzi, che ha assunto dimensioni sistemiche: ha generato nuove geografie commerciali, ridefinito i tradizionali hub logistici internazionali e prodotto effetti di displacement dei flussi commerciali piuttosto che contrazioni effettive. Come documentato dall’Atlantic Council a dicembre 2025, il quadro si è ulteriormente complicato con il ritorno di Trump alla Casa Bianca: mentre Unione Europea e Regno Unito hanno continuato ad espandere i propri regimi sanzionatori, Washington ha di fatto sospeso la pressione aggiuntiva fino all’ottobre 2025. La frattura tra alleati riduce drasticamente la portata coercitiva delle sanzioni, anche perché la capacità di enforcement dipende in larga misura dalla dominanza del dollaro e dalla possibilità di applicare sanzioni secondarie — strumenti che solo gli Stati Uniti possono esercitare con piena efficacia.

Geoeconomic pressure: l’impatto sulle strategie aziendali e sulle supply chain

Sul piano microeconomico, l’impatto delle sanzioni sulle imprese va ben oltre i mercati direttamente colpiti. Una ricerca del 2025 firmata da Clayton, Coppola, Maggiori e Schreger — che ha analizzato centinaia di migliaia di earnings call aziendali attraverso modelli linguistici avanzati, ha misurato per la prima volta in modo sistematico la cosiddetta geoeconomic pressure: la pressione esercitata dalle relazioni economiche internazionali sulle strategie d’impresa prima ancora che le misure siano formalmente adottate. I risultati sono di rilievo gestionale immediato: quasi il 15% delle imprese americane ha già pianificato una riorganizzazione delle proprie supply chain in risposta a dazi o alla sola minaccia di essi.

Le sanzioni finanziarie e i controlli all’esportazione, a differenza dei dazi, non inducono aggiustamenti di prezzo ma spingono le aziende a uscire completamente dai mercati colpiti. I settori più esposti sono quelli che la ricerca definisce chokepoint industries: metalli, semiconduttori, macchinari industriali e chimica, comparti in cui le catene di approvvigionamento presentano nodi critici difficilmente sostituibili nel breve periodo. I settori ad alta intensità tecnologica mostrano vulnerabilità specifiche alle restrizioni, ma sviluppano anche capacità di resilienza attraverso processi di import substitution accelerata e diversificazione geografica degli approvvigionamenti.

Le grandi corporation hanno sviluppato sofisticati framework di compliance risk management, ad esempio, compartimentazione geografica delle operations, sistemi di monitoring automatizzato, diversificazione strutturale dei fornitori, che generano economie di scala favorevoli ai grandi player e barriere all’entrata per gli operatori di dimensioni inferiori. Per le imprese italiane attive nell’export, un costo occulto rilevante è quello dell’over-compliance: come segnalato dal Centro Estero per l’Internazionalizzazione, molte aziende rinunciano a operazioni perfettamente lecite per eccesso di cautela interpretativa, generando perdite di fatturato non giustificate dalla normativa vigente.

Verso una dottrina della statecraft economica: efficacia condizionata e rischio strutturale di abuso

La valutazione dell’efficacia delle sanzioni rimane una delle sfide analitiche più complesse dell’economia politica internazionale. Gli studi empirici più rigorosi indicano tassi di successo nel raggiungimento degli obiettivi politici dichiarati compresi tra il 30% e il 35%, con variazioni significative in funzione del tipo di misure implementate e delle caratteristiche strutturali dell’economia target. Le sanzioni comprehensive mostrano generalmente maggiore impatto economico aggregato ma efficacia politica spesso limitata, generando effetti di rally around the flag che possono rafforzare paradossalmente i regimi che intendono destabilizzare.

L’analisi complessiva conduce a una conclusione che la ricerca economica più recente ha formalizzato con rigore crescente. Lo studio di Itskhoki e Ribakova pubblicato dai Brookings Papers on Economic Activity (versione finale, giugno 2025) identifica tre condizioni necessarie per l’efficacia sanzionatoria: coordinamento multilaterale reale, obiettivi politici chiaramente definiti e criteri di revoca espliciti e credibili. In assenza di queste condizioni, il rischio non è soltanto l’inefficacia della singola misura: è la progressiva erosione dello strumento come tale.

Le sanzioni usate in modo sistematico senza una dottrina condivisa accelerano la costruzione di reti economiche parallele, incoraggiano la de-dollarizzazione e frammentano ulteriormente il sistema del commercio internazionale, riducendo, in un circolo vizioso, la stessa leva coercitiva degli attori che più le utilizzano. La politica ha ridisegnato l’economia globale. Ma senza una governance delle sanzioni, una dottrina di economic statecraft condivisa tra le principali democrazie, il ridisegno rischia di produrre un assetto permanente e strutturalmente ingovernabile: più frammentato, meno efficiente e meno capace di rispondere in modo coordinato alle crisi future.

Roberto Raimondi | Professore ed economista
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Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è economista dell’innovazione e docente universitario, specializzato in economia della conoscenza e cooperazione internazionale. Attualmente professore di Economia della Conoscenza presso la Link Campus University di Roma, il prof. Raimondi ha dedicato la sua carriera alla promozione di politiche per lo sviluppo sostenibile e l'innovazione.

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