De-risking e nuove strategie globali: fine della globalizzazione?

De-risking e nuove strategie globali: fine della globalizzazione?

Negli ultimi anni, il lessico dell’economia internazionale è cambiato in modo significativo. Alla parola globalizzazione, che per decenni ha rappresentato l’idea di apertura dei mercati e interdipendenza crescente, si è progressivamente affiancato un nuovo concetto: de-risking. Non si parla più soltanto di espansione delle relazioni economiche globali, ma di riduzione dei rischi legati a dipendenze strategiche, vulnerabilità produttive e instabilità geopolitiche.

Il cambiamento non nasce da una teoria, ma da una serie di crisi molto concrete: pandemia, guerra in Ucraina, tensioni tra Stati Uniti e Cina, instabilità energetica, fragilità logistiche e competizione tecnologica. Eventi che hanno mostrato quanto le catene globali del valore possano diventare punti di debolezza.

La domanda non è più se globalizzare, ma come farlo senza esporsi eccessivamente.

Dalla massima efficienza alla ricerca di resilienza

Per anni il modello dominante ha privilegiato l’efficienza: produrre dove costava meno, delocalizzare, ottimizzare tempi e margini, ridurre scorte e ridondanze. Questo approccio ha costruito supply chain altamente integrate, ma anche estremamente vulnerabili.

Quando le crisi hanno interrotto i flussi, il sistema ha mostrato i suoi limiti. La mancanza di semiconduttori, le difficoltà nel trasporto marittimo, l’aumento dei costi energetici e la dipendenza da pochi fornitori strategici hanno reso evidente che il prezzo dell’efficienza era spesso una fragilità strutturale.

Il de-risking nasce proprio da questa consapevolezza: non eliminare le connessioni globali, ma renderle meno rischiose.

Secondo le analisi della European Commission, la resilienza economica richiede una maggiore capacità di diversificare fornitori, rafforzare autonomia strategica e ridurre dipendenze critiche in settori chiave come energia, tecnologia e materie prime.

Non è deglobalizzazione, ma una nuova fase

Parlare di de-risking non significa parlare di fine della globalizzazione. Le economie restano profondamente interconnesse e una separazione completa sarebbe economicamente insostenibile.

La logica cambia: non si cerca più soltanto il partner più conveniente, ma anche quello più stabile e affidabile. La sicurezza entra così nella valutazione economica.

Questo si traduce in fenomeni come reshoring, nearshoring e friend-shoring: riportare parte della produzione più vicino ai mercati di consumo o in Paesi politicamente più allineati.

Le valutazioni dell’International Monetary Fund mostrano come questa riorganizzazione stia già influenzando commercio internazionale, investimenti e crescita globale, con effetti che non saranno neutri per i mercati emergenti.

Cina, tecnologia e dipendenze strategiche

Uno dei nodi principali riguarda il rapporto con la Cina. Per molte economie occidentali, la dipendenza da Pechino riguarda componenti essenziali: terre rare, batterie, tecnologie avanzate, manifattura strategica.

Il tema non è solo commerciale, ma geopolitico. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha trasformato settori come semiconduttori, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali in veri spazi di confronto strategico.

Il de-risking si concentra proprio qui: ridurre l’esposizione senza interrompere completamente i rapporti economici. Una strategia complessa, che richiede equilibrio tra autonomia e sostenibilità economica.

Il costo della sicurezza

Rendere le filiere più resilienti ha un prezzo. Diversificare fornitori, costruire capacità produttiva interna, aumentare le scorte strategiche e investire in sicurezza logistica comporta costi significativi.

Per anni il mercato ha premiato la massima ottimizzazione. Oggi cresce la consapevolezza che la sicurezza è essa stessa un investimento produttivo.

Questo sposta il rapporto tra impresa e strategia industriale. La competitività non dipende più solo dal costo unitario, ma dalla capacità di assorbire shock e mantenere continuità operativa.

Le analisi del World Economic Forum evidenziano come la resilienza sia diventata una delle nuove metriche centrali della competitività globale.

Imprese e governi: una responsabilità condivisa

Il de-risking non riguarda soltanto le imprese. Anche i governi assumono un ruolo più attivo nella definizione delle strategie economiche. Politiche industriali, incentivi, protezione delle filiere strategiche e investimenti pubblici tornano al centro del dibattito.

Questo segna un cambiamento importante rispetto alla fase più pura della globalizzazione, in cui il mercato sembrava l’unico regolatore possibile.

Oggi la sicurezza economica viene trattata come una componente della sicurezza nazionale. Energia, tecnologia, farmaceutica e infrastrutture critiche diventano ambiti in cui la separazione tra politica ed economia si riduce drasticamente.

Una globalizzazione più selettiva

Il risultato non è la fine della globalizzazione, ma una sua trasformazione profonda. I flussi internazionali non scompaiono, ma diventano più selettivi, più politici e meno automatici.

Le relazioni economiche vengono filtrate attraverso criteri di affidabilità, rischio e controllo strategico. Questo rende il sistema globale meno lineare e più frammentato, ma anche più aderente alla realtà delle nuove tensioni internazionali.

Il de-risking non è una parentesi temporanea. È il segnale di un nuovo equilibrio, in cui efficienza e sicurezza devono convivere.

La globalizzazione non finisce: cambia forma. E capire questa trasformazione significa comprendere una delle dinamiche economiche più decisive del presente.

Roberto Raimondi | Professore ed economista
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Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è economista dell’innovazione e docente universitario, specializzato in economia della conoscenza e cooperazione internazionale. Attualmente professore di Economia della Conoscenza presso la Link Campus University di Roma, il prof. Raimondi ha dedicato la sua carriera alla promozione di politiche per lo sviluppo sostenibile e l'innovazione.

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