La transizione climatica sta modificando in profondità il mondo del lavoro. Le economie avanzate e quelle emergenti stanno investendo in tecnologie per decarbonizzare energia, trasporti, manifattura e agricoltura, generando una domanda crescente di figure professionali capaci di muoversi tra scienza, dati, impresa e regolazione. Il rapporto dell’ILO Skills for a Greener Future evidenzia che entro il prossimo decennio milioni di posti di lavoro verranno trasformati, mentre altri nasceranno proprio dall’esigenza di sviluppare soluzioni a basse emissioni.
Cosa riserverà il futuro? Approfondiamo insieme i temi legati alle nuove professioni del clima.
Professioni ibride tra scienza, economia e tecnologia
Le competenze richieste oggi non appartengono più a un solo settore e quelle richieste nel prossimo futuro sono sempre maggiori. La gestione dell’energia richiede ingegneri con conoscenze di policy e sostenibilità; la manifattura cerca profili che uniscano automazione e analisi dei cicli di vita; la finanza incorpora esperti in valutazione dei rischi climatici. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum sottolinea che le imprese cercano figure in grado di collegare discipline diverse, capaci di tradurre dati ambientali in decisioni operative e strategiche.
Il divario di competenze come freno alla transizione
Il problema principale non è la mancanza di tecnologia, ma la mancanza di persone formate per usarla. Molti Paesi affrontano un divario crescente tra ciò che la transizione ecologica richiede e ciò che i sistemi educativi e formativi riescono a fornire. Questo scarto produce rallentamenti nei settori chiave, dalle rinnovabili alle reti intelligenti, dalla gestione idrica alla riforestazione. Senza un investimento sistemico nelle competenze, la trasformazione climatica rischia di restare incompleta o di procedere in modo diseguale, e in molti casi di alimentare la sovranità tecnologica del Sud del mondo.
Il ruolo delle imprese nella formazione del capitale umano
Le aziende non sono più solo utilizzatrici di tecnologia, ma soggetti attivi nella formazione. Sempre più imprese introducono programmi interni dedicati alla sostenibilità, collaborano con università e centri di ricerca e costruiscono percorsi professionali che includono aggiornamento continuo. L’obiettivo non è soltanto rispondere agli obblighi normativi, ma rendere competitivi i modelli produttivi in un’economia che richiede efficienza energetica, resilienza e capacità di misurare l’impatto.
Verso un ecosistema di formazione continua
La transizione climatica richiede un cambiamento profondo nei sistemi educativi. Le competenze devono essere aggiornate con rapidità e messe in relazione con i bisogni reali dell’economia. Servono percorsi più flessibili, orientati ai settori in trasformazione e capaci di integrare scienza dei dati, sostenibilità e gestione industriale. È in questo intreccio tra formazione, impresa e policy che si giocherà la possibilità di costruire un’economia in grado di affrontare le sfide ambientali dei prossimi anni.
Roberto Raimondi (Cagliari, Sardegna) è economista dell’innovazione e docente universitario, specializzato in economia della conoscenza e cooperazione internazionale. Attualmente professore di Economia della Conoscenza presso la Link Campus University di Roma, il prof. Raimondi ha dedicato la sua carriera alla promozione di politiche per lo sviluppo sostenibile e l'innovazione.
